Amianto (asbesto):
cos'è, uso e applicazioni, danni alla salute

Il termine amianto, o asbesto, comprende alcune forme minerali a struttura fibrosa  appartenenti alla classe chimica dei silicati e alle serie mineralogiche del serpentino e degli anfiboli.

Le caratteristiche di questo materiale, denominato complessivamente amianto, quali la versatilità, la facilità di reperimento e il costo contenuto, ne hanno favorito il largo uso e l'applicazione diffusa in ambito industriale, edile, domestico, dei prodotti di consumo e nel settore dei trasporti.

L'amianto presente in prodotti, manufatti e applicazioni, relativi ai settori indicati, può essere di matrice friabile (quando le fibre sono libere o debolmente legate), oppure di matrice solida (se le fibre sono, invece, compatte e legate fortemente), come, ad esempio, nel caso del cemento-amianto.

È importante evidenziare che proprio la consistenza fibrosa, alla base delle proprietà tecnologiche sfruttate, è all'origine dei rischi connessi all'amianto. Il rilascio di fibre libere nell'atmosfera, quindi potenzialmente inalabili, di questo materiale, rappresenta la causa di gravi patologie, in modo particolare a carico dell'apparato respiratorio.
Per dare un esempio esaustivo, basti pensare che in 1 centimetro lineare si possono affiancare 335.000 fibre di amianto.

L'amianto friabile, dal momento che può essere sbriciolato o polverizzato con la semplice azione manuale, risulta maggiormente pericoloso rispetto a quello compatto, frantumabile o ridotto in polvere esclusivamente con l'uso di strumenti meccanici specifici e, quindi, caratterizzato da una scarsa tendenza a rilasciare fibre.

Utilizzo dell'amianto prima del 1992

L'amianto è tra i materiali più diffusi e pericolosi per la salute dell'uomo. Tuttavia, mentre la conferma della sua azione cancerogena risale agli anni '50 e '60, il divieto totale di produzione dell'amianto avviene soltanto nel 1992.

L'utilizzo dell'amianto, precedente a questa data, è stato massiccio ed esteso ai settori tra i più importanti.

Nell'industria: come materia prima nella realizzazione di manufatti, strumenti, tessuti antifuoco;  come isolante termico, sia nei processi industriali ad alte e basse temperature (centrali termiche e termoelettriche, industria chimica, siderurgica, vetraria, ceramica e laterizi, alimentare, distillerie, zuccherifici, fonderie, impianti frigoriferi e di condizionamento) che  nelle condotte per impianti elettrici (anche nella funzione di barriera antifiamma); come materiale fonoassorbente.

Nell'edilizia: per rivestire determinate strutture aumentandone la resistenza al fuoco; nelle coperture in  Eternit (cemento-amianto); come elementi prefabbricati; negli intonaci e nei pannelli per le controsoffittature; nei pavimenti (vinil-amianto).

In ambito domestico:  nei supporti protettivi di cartone degli impianti di riscaldamento (stufe, caldaie, termosifoni, tubature di fuoriuscita dei fumi); in alcuni elettrodomestici (phon, forni e stufe, ferri da stiro) e nei tessuti di rivestimento.

Nei mezzi di trasporto: nei freni; nelle frizioni; negli schermi parafiamma; nelle guarnizioni; nelle vernici e mastici "antirombo"; per la coibentazione di carrozze ferroviarie, di navi, di autobus, ecc.

Divieto dell'uso di amianto in Italia:  la Legge n. 257 del 1992

In Italia, l'impiego dell'amianto è proibito dal 1992.  La Legge n. 257 del 1992, infatti, oltre a stabilire i termini e le procedure per la dismissione delle attività inerenti l'estrazione e la lavorazione dell'asbesto, o amianto, si è occupata, per la prima volta, anche dei lavoratori esposti a questo materiale. In tal senso,  il beneficio più consistente è indicato all'art. 13 che introduce una rivalutazione contributiva del 50% ai fini pensionistici dei periodi lavorativi che prevedono un'esposizione al minerale nocivo. In particolare, tale beneficio è stato previsto: per i lavoratori di cave e miniere di amianto, a prescindere dalla durata dell'esposizione (comma 6); per i lavoratori che abbiano contratto una malattia professionale asbesto-correlata in riferimento al periodo di comprovata esposizione (comma 7); per tutti i lavoratori che siano stati esposti per un periodo superiore ai 10 anni (comma 8).

Esposizione all'amianto: conseguenze sulla salute

Le fibre rilasciate dall'amianto soprtattutto negli ambienti di lavoro ma anche della vita quotidiana, se inalate, possono essere molto dannose per la salute umana. Manipolazioni errate, lavorazioni prolungate nel tempo o usura dei materiali contenenti amianto possono far insorgere malattie dell'apparato respiratorio molto gravi:  asbestosi, carcinoma polmonare e mesotelioma, per citare le patologie più diffuse. Malattie che si manifestano anche dopo molti anni dall'avvenuta esposizione (10-15 per l'asbestosi, 20-40 anni per il carcinoma polmonare e il mesotelioma).

Esposizione civile all'amianto

L'amianto è un contaminante ambientale normalmente presente nelle aree antropizzate (in edifici, manufatti e coperture) e nonostante i rischi dell'esposizione civile all'amianto siano inferiori rispetto a quelli in ambito professionale, non devono essere sottovalutati. L'accumulo delle fibre, inalate nel corso del tempo, accrescono progressivamente la probabilità di causare danni alla popolazione esposta che, a differenza dei lavoratori, non indossa protezioni per le vie respiratorie.

La Legge 257 del 1992 e specifici decreti applicativi sono stati emanati con la finalità di valutare e gestire il rischio potenziale dettato dalla presenza di amianto negli ambienti della vita quotidiana (strutture, abitazioni, rivestimenti ecc.).

Esposizione professionale all'amianto

Fino al 1991, questo tipo di esposizione era considerata nell'ambito complessivo dell'esposizione alle polveri nocive prevista dal DPR 303 del 1955, e i valori limite di soglia utilizzati, (TLV, Threshold Limit Values)  erano quelli adottati dal Congresso governativo americano di medici specializzati in medicina del lavoro (ACGIH, American Conference of Governmental Industrial Hygienists).

La direttiva europea è stata recepita in Italia con il D.Lgs. 277 del 1991 e la Legge 257 del 1992 che hanno introdotto livelli di soglia più restrittivi rispetto a quelli dell'ACGIH .

Una volta entrata in vigore la Legge 257 del 1992, le produzioni con l'amianto come materia prima sono cessate e, di conseguenza, anche l'esposizione dei lavoratori in tali contesti è terminata. Perdura, tuttavia, l'esposizione degli addetti alla rimozione, bonifica e smaltimento dell'amianto. Esistono, quindi, specifiche norme tecniche che stabiliscono i criteri di allestimento e conduzione dei cantieri (relativi al risanamento di edifici, ad esempio, oppure alla rimozione del materiale in questione dai mezzi di trasporto, come le carrozze ferroviarie, le navi, ecc) con adeguati sistemi di valutazione del rischio e relative misure di protezione dalle fibre di amianto.

 A chi rivolgersi: enti di riferimento

L'informazione, la valutazione e la gestione delle attività di controllo delle situazioni di pericolo relative alla presenza di amianto è affidata ai Dipartimenti di Sanità Pubblica delle ASL e alle Sezioni Provinciali dell'ARPA competenti per territorio.