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Scheda approfondimento carceri

L'Ordinamento Penitenziario che regolamenta le condizioni di vita delle carceri italiane afferma, tra gli altri principi, che “il trattamento penitenziario deve essere conforme ad umanità e deve assicurare il rispetto della dignità della persona”. Tuttavia, il sovraffollamento degli istituti di detenzione, il numero elevato dei suicidi e delle morti in carcere, le condizioni igieniche e sanitarie insufficienti (talvolta inesistenti), dimostrano lo stato di emergenza della situazione penitenziaria italiana.

A denunciare lo stato d’emergenza, ricordiamo tra le altre, le sentenze della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo che lo scorso gennaio 2013 hanno condannato di nuovo l’Italia per trattamento inumano e degradante nelle carceri (nei casi specifici i penitenziari di Foggia, di Busto Arsizio e di Piacenza).

Nel caso di Busto Arsizio e Piacenza, la CEDU ha condannato l'Italia ad un risarcimento complessivo di €100.000 in favore di sette detenuti costretti in celle troppo anguste.

Nel caso di Foggia, la Corte ha invece riconosciuto al detenuto – Bruno Cirillo, affetto da paralisi parziale del braccio sinistro – un risarcimento di €10.000 per danni morali, per non aver ricevuto le cure adeguate.

I casi appena citati denunciano, comprensibilmente, un quadro generale di emergenza all’interno del quale troppo spesso si creano le condizioni per cui un detenuto possa chiedere un risarcimento.
Di seguito si riportano in proposito alcune delle condizioni che consentono di intraprendere un’azione giudiziaria per i detenuti che abbiano subito una violazione dei loro diritti durante la permanenza in carcere:

Sovraffollamento delle carceri

L’Italia è il paese con le carceri più sovraffollate nell’Unione Europea. Il nostro tasso di affollamento è infatti del 142,5%, oltre 140 detenuti ogni 100 posti (la media europea è del 99,6%).

I casi di sovraffollamento rientrano quindi, per ovvi motivi, tra gli aspetti che rendono una prigione inumana, e per questo possono generare una richiesta di risarcimento da parte dei detenuti che abbiano scontato la loro pena in una prigione sovraffollata.

Malattie non curate in carcere

A queste situazioni si aggiungono le ipotesi in cui i detenuti, già affetti da malattie al momento della reclusione, non siano curati adeguatamente o, talvolta, non vengano sottoposti ad alcuna cura, maturando così il diritto al risarcimento dei danni biologici per aggravamento della patologia nonché di quelli morali.

Suicidio o decesso in carcere

Anche gli stretti congiunti dei detenuti possono chiedere il risarcimento del danno: in caso di omissione di sorveglianza da parte degli agenti dell’amministrazione penitenziaria (che sono invece tenuti a salvaguardare l’incolumità della persona), non solo quando le violenze sono state inflitte da altri detenuti, guardie carcerarie o inquirenti, ma anche in caso di gesti autolesivi (basta pensare al numero elevato di suicidi in carcere, 93 nel 2012).

Al riguardo va segnalato che il Tribunale di Bologna, in relazione ad un detenuto impiccatosi con la giacca del pigiama legata alla maniglia del bagno, ha riconosciuto alla madre un risarcimento di €100.000,00 per i danni morali subiti in conseguenza di detto evento. Va precisato che nei casi evidenziati sussiste comunque la responsabilità dell’amministrazione penitenziaria in quanto responsabile della salvaguardia dei detenuti.

Vi sono peraltro altre pronunce relative al risarcimento dei danni in favore dei congiunti di soggetto suicida in carcere, e recentemente anche la Corte di Cassazione penale è intervenuta sul punto, ravvisando la sussistenza del reato di omicidio colposo a carico dell’agente di polizia penitenziaria che aveva omesso la sorveglianza su una detenuta consentendo così alla stessa di togliersi la vita indisturbatamente: “La disposizione della sorveglianza a vista fu impartita, evidentemente, in previsione di iniziative estemporanee e pericolose della detenuta ed era funzionale a scongiurare comportamenti autolesionistici (…) Quindi non può certo ritenersi l'imprevedibilità del suicidio.

Senza bisogno di richiamare i principi ai quali si è rimessa la ricorrente in tema di nesso eziologico nei reati omissivi, è chiaro che l'omissione della condotta prescritta ha precluso, a monte, il tempestivo avvistamento della complessa manovra suicidaria e, con esso, il conseguente dovuto intervento per scongiurarne il fatale esito” (Cass. Pen., n. 6744, 20.02.2012).